CINEMA: 35MM – Non odiare

Torna l’appuntamento con 35MMla rubrica del Pungolo dedicata all’approfondimento cinematografico. Questa settimana vi proponiamo “Non odiare” diretto da Mauro Mancini, presentato nella settimana della critica alla 77° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Piada

TRAMA

Simone Segre (Alessandro Gassmann) è un chirurgo di origine ebraica figlio di un anziano sopravvissuto ai campi di concentramento, morto da poco.
Dopo un allenamento di canottaggio si imbatte in un uomo investito da un pirata della strada. Quando Simone scopre che il ferito ha una svastica tatuata sul petto, rimane di stucco e non se la sente più di soccorrerlo, abbandonandolo al suo destino.

Simone

I giorni seguenti il chirurgo è divorato dal senso di colpa e cercherà in tutti i modi di trovare un contatto con i tre figli di Antonio, rimasti completamente da soli e in pessime condizioni economiche.

Marica (Sara Serraiocco), la più grande, diventerà la colf di casa Segre ma suo fratello Marcello (Luka Zunic), giovane neonazista, non prenderà bene la nuova occupazione di lei.

RECENSIONE

Essenziale, minimo e chirurgico, questi i tratti distintivi di “Non odiare”.
La pellicola, ambientata in territorio triestino, porta con sè messaggi ed eventi impattanti che semplicemente si raccontano da soli.

Il regista, al suo primo lungometraggio, trae spunto da un fatto di cronaca tedesca e sceglie di non calcare la mano sulla forma. Nasce una storia destinata a rimanere nell’etere, rischiando di sfiorare il soporifero che, fortunatamente, non raggiunge mai.

C’è qualcosa di poco armonico nel film di Mancini: è una spirale infinita, un continuum di colpe, discolpe e di finitezza umana. È la rappresentazione del movimento della vita, un botta e risposta di situazioni in cui, a prescindere dal vissuto, improvvisamente,  diventano tutti uguali allineandosi alla realtà tangibile. 

Marcello

Ogni personaggio è profondamente uguale al suo opposto e viceversa. Un processo difficile fatto di ferite profonde da lenire, ferite del corpo e dello spirito che diventano specchi dove osservarsi e provare a far meglio.

Non c’è un racconto di buoni o di cattivi, ognuno è rappresentato per quel che mostra e rimane semplicemente l’essere umano a confronto con l’accidentale della vita, pronto a modularsi di conseguenza.

Una meticolosa cura dell’immagine e della colonna sonora accompagnano la delicata ma presente interpretazione di un Gassmann diverso, forte di un velo particolare che in questa occasione fa la differenza.

GIUDIZIO FINALE

Il senso della memoria nella pellicola è inteso a largo spettro: Mancini ha la capacità di gestire un tema ricorrente considerando più variabili. Il lavoro di scrittura si compie senza esclusioni di colpe e si percepisce il peso emotivo sostenuto dai protagonisti: tuttavia non si giunge mai a scavare sino in fondo.

Simone, Marica e Marcello

Un lavoro poggiato sul filo dell’acqua dove si cammina costantemente in punta di piedi.

Un finale ovattato ma al contempo non indifferente in cui l’immagine, o meglio il gesto, divora le parole. Ancora un ulteriore conferma della presenza di un sottotesto consegnato nelle mani dello spettatore, troppo spesso smarrito e privo di bussola.

VOTO FINALE: 6/10

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