La disinformazione felice – Fabio Paglieri | Il Mulino

Il mito degli elefanti nani e dei teschi di Ciclopi in Sicilia, l’inesistente regno medievale del sedicente Prete Gianni, la comparsa nel XVII secolo di una mappa sbagliata della California che basta per indurre generazioni di cartografi a rappresentarla come un’isola.

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Teorie del complotto, fake news e fandonie ante litteram si ripetono secondo analoghi stilemi da millenni.

Le bufale un tempo erano oggetto di curiosità, bizzarri orpelli della credulità umana di cui discutere fra il serio e il faceto. Oggi, nella nuova e sovrabbondante ecologia dell’informazione, causano allarme sociale e dibattiti privi di senso sui social media, come dimostra la cronaca recente: la baraonda digitale prodotta dal diffondersi di un’epidemia può minare alla radice i tentativi di combatterla o, al contrario, facilitare una risposta collettiva sensata ed efficace.

“Il fatto che oggi si abbia accesso a una quantità sterminata di informazioni non ci rende automaticamente competenti nel valutarne l’attendibilità e le conseguenze pratiche: socraticamente, il primo passo della saggezza digitale consiste nel riconoscere la propria ignoranza.”

Perché la disinformazione online è soprattutto il sintomo di cambiamenti radicali nelle nuove tecnologie di comunicazione. Convivere felicemente con tutto questo è possibile, forse necessario. Per farlo, bisogna considerare le bufale non spazzatura di cui sbarazzarsi, ma piuttosto fantastici laboratori su cui affinare approcci e competenze. Le bufale sono ottime opportunità educative, non mostri da abbattere a vista.

La Disinformazione Felice afferma che per riconoscere le bufale bisogna anzitutto comprendere quali sono i meccanismi che ci portano a darvi credito: bisogna cioè volgere lo sguardo verso l’interno, smetterla di essere ossessionati dall’idea che tutta l’informazione in circolazione sia di colpo diventata pessima – non è affatto vero, la qualità è più o meno quella di sempre, se mai è aumentata in modo drastico la quantità – e capire invece che a fare la differenza è la nostra capacità di discernimento, con tutti i suoi limiti.

Fatto questo, ci si accorge che ci sono due principali “motori interni” della disinformazione, uno motivazionale e l’altro epistemico: il primo riguarda le nostre motivazioni, che ci rendono più gradevoli, e quindi appetibili, certe narrazioni piuttosto che altre; il secondo invece ha a che fare con le nostre capacità conoscitive e di ragionamento, che sono afflitte da sistematiche distorsioni. Il tutto fortemente influenzato da filtri sociali, nel senso che l’informazione a cui siamo esposti, buona o scadente che sia, dipende in modo cruciale dalla cerchia di persone con cui intratteniamo rapporti e scambiamo idee.

Quindi saper coltivare le nostre reti sociali, e al contempo imparare come muoversi in esse, è il primo passo verso il riconoscimento delle bufale. Ma ce ne sono molti altri: ad esempio, l’umiltà cognitiva che dovrebbe portarci ad accettare che non è possibile, e neppure necessario, avere un’opinione fondata su tutto; ad essa dovrebbe poi accompagnarsi anche una certa onestà intellettuale, che ci consenta di distinguere fra cose in cui crediamo a ragion veduta, dopo averci dedicato il tempo e gli sforzi necessari per esserne ragionevolmente certi, e quelle a cui crediamo per sentito dire, per convenzione, o magari per semplice indolenza.

Anche queste opinioni sono legittime, però bisogna prenderle con la giusta leggerezza: c’è infatti la concreta possibilità che siano false, e occorre saperlo ammettere, senza drammi.

Paglieri – ricercatore presso l’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del C.n.r. di Roma – invita quindi il lettore ad abbracciare una prospettiva di “disinformazione felice”, suggerendo che, in analogia con la decrescita felice, si possa vivere circondati da disinformazione e, al contempo, trarne giovamento, sviluppando un rapporto più sano e fruttuoso con Internet, con la qualità e la quantità dell’informazione in cui siamo immersi.

Ecco, forse è questo l’aspetto su cui porre maggior enfasi: bisogna imparare a convivere con l’errore: la quota di panzane che trangugiamo o addirittura infliggiamo ad altri è direttamente proporzionale alla nostra paura di ammettere uno sbaglio.

Liberiamocene: sbagliare è un diritto, ma correggersi è un dovere.

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