Inventario di alcune cose perdute – Judith Schalansky | Nottetempo

«Come tutti i libri, anche questo è mosso dal desiderio di far sopravvivere qualcosa, di far rivivere il passato, rievocare le cose dimenticate, dare la parola a quelle ammutolite e rimpiangere quelle che abbiamo mancato di fare.

Magic Car

Nulla può essere riportato indietro con la scrittura, ma tutto si può rendere esperibile. Così questo volume parla in egual misura di ricerche e ritrovamenti, perdite e conquiste, e lascia intuire che la distinzione tra presenza e assenza può essere marginale finché esiste la memoria».

Questo è tratto dalla prefazione dell’autrice de l’Inventario di alcune cose perdute.

La Storia del mondo è piena di cose che sono andate perdute, smarrite nel corso del tempo o distrutte intenzionalmente, a volte semplicemente dimenticate – o magari, come Ariosto racconta nell’Orlando furioso, custodite in un archivio sulla Luna.

Inventario Di Alcune Cose Perdute è una raccolta di dodici storie, racchiuse ognuna nello spazio di quindici pagine, ciascuna dedicata a qualcosa che non c’è più: narrazioni sospese in un delicato equilibrio tra presenza e assenza, fotografie ben a fuoco ma stampate con inchiostro scuro su carta nera, piccole realtà che solo l’immaginazione è in grado di riportare alla luce.

Si va da Tuanaki, un’isoletta indicata su vecchie mappe che ormai giace sotto il livello del mare sepolta da un maremoto, alla tigre del Caspio, il cui ultimo esemplare impagliato andò distrutto in un incendio; dallo scheletro di un presunto unicorno, nascosto chissà dove, a Kinau, un selenografo tedesco dell’800 di cui pare nessuno sappia nulla, fino alle misteriose lacune dei carmi amorosi di Saffo e alla obliata Villa Sacchetti, opera giovanile di Pietro da Cortona.

Judith Schalansky è una designer e ha scritto una manciata di libri – tutti visivamente molto belli – uno più strano dell’altro.

Alla stregua di quanto già fatto nel suo precedente Atlante delle isole remote, con Inventario Di Alcune Cose Perdute la Schalansky, come un novello Schliemann, gioca a ricreare mondi e ombre di “civiltà sepolte” scavando nel passato a partire da pochi frammenti, immergendosi nei contesti, nelle epoche e nei linguaggi, cogliendo di volta in volta gamme di colori seppia e sensazioni pastello, con una scrittura fluida, calda ma stilisticamente ineccepibile, capace di restituire a ogni cosa anche il più piccolo dettaglio, storico o immaginifico che sia. L’insieme di tutti questi frammenti “apocrifi” assomiglia tanto ad una sfavillante Wunderkammer.

Il frammento, come sappiamo, è per i romantici la promessa dell’infinito, un ideale ancora potente e fertile in età moderna, e a partire dal Romanticismo la poesia, come nessun altro genere letterario, è intimamente legata al vuoto eloquente, allo spazio bianco di cui si nutrono le proiezioni.

Quasi fossero arti fantasma, i punti sembrano essere tutt’uno con le parole e affermano la loro interezza perduta. Intatte, le poesie di Saffo ci parrebbero estranee quanto sculture dell’antichità dipinte a colori sgargianti, com’erano un tempo.”

D’altronde, non è l’intera esperienza umana un corposo atlante di perdite e di scoperte?

È pur vero che non si può ricordare o dimenticare tutto ma, forse, proprio ciò che abbiamo smarrito può aiutarci a ritrovare noi stessi o parti di altre storie, individuali o collettive, sepolte sotto detriti di cui ignoravamo l’esistenza.

Forse le memorie di istanti, cose o persone che abbiamo dimenticato o smarrito ci accompagnano comunque, nostro malgrado, come un’ombra stampata su un muro di Hiroshima che una volta era un corpo, sfondi simil onirici di una vita in cui, parafrasando Poe, “Is all that we see or seem But a dream within a dream?”

A metà strada tra il diario di una ricerca e il “Manuale di zoologia fantastica” di Borges, questo libro è uno splendido limbo, una “specie di spazi” simbolici o reali, impastato di forma e sostanza.

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