Risorgere – Paolo Pecere | CHIARELETTERE

Marco e Gloria si perdono sui monti himalayani, in una valle senza uscita oltre il confine della Cina, tra ghiacci che si sciolgono e nessun segno tangibile di vita.

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Gloria scivola in un crepaccio e scompare, poco prima di pronunciare qualcosa che sembra importante.

Erano arrivati fin qui in cerca di Chen, il padre cinese di lei, uno degli studenti di piazza Tienanmen, divenuto poi ricco imprenditore in Africa, giocatore d’azzardo nei casinò di Macao ed infine pellegrino nei monasteri buddhisti tibetani.

Di lui Gloria ha avuto notizie solo dai racconti di sua madre Raffaella. E poi ecco l’idea di mettere insieme i racconti frammentati di una madre che si era bevuta la vita e che aveva nominato persone che lei non conosceva nei suoi sproloqui rabbiosi, le foto, i ricordi sfocati, quella Cina così lontana.

L’idea di partire per cercare suo padre.

All’arrivo della ragazza, con tutte le sue domande irrisolte sul passato, Chen è sparito e sembra si sia incamminato verso le montagne. Ma interviene sulla scena un nuovo personaggio, Liang, vecchio amico e amante di Chen, che ripercorre nella memoria la propria vita di poeta attraverso la violenza del Novecento cinese, mentre Marco cerca Gloria, ricordando il loro rapporto ondivago e i loro anni spesi insieme tra Berlino e Roma.

Due storie che si sovrappongono negli eventi di pochi giorni, mentre i due narratori seguono le tracce della figlia e del padre. Un romanzo sul tempo stagnante, quello europeo, che sembra non spostarsi dal Novecento, e quello cinese, presente a se stesso, che accelera sul futuro cercando di rimuovere le scorie del passato, su mondi, lingue e culture che si cercano, si sfiorano e che si respingono, tra Roma, Berlino, Hong Kong e il Tibet, la nuova Cina e la vecchia Europa, sui trascorsi tragici di una famiglia e di un “secolo breve” che come un sortilegio impedisce l’amore e torna a chiedere il conto, come un oste non avvezzo a far credito al beone di turno.

Lo so che già ti stai rialzando, nel fondo della crepa in cui nessuna vita dovrebbe finire. Ti spolveri i vestiti e le braccia, poi lanci la tua gioiosa imprecazione sul sesso di Dio.

Controlli le mani, le abrasioni, i calli delle dita che dovranno tornare a suonare. Stendi le gambe, affondi la mano in un rigagnolo, ti porti acqua alla bocca. Sai che qua sopra ci sono io, con la mia pazienza e la mia ostinazione.

Risorgere parla dei cantucci affettivi e delle gabbie emotive che ci si crea quando si è o troppo giovani o troppo vecchi, del bisogno di reinventarsi quando la mattonella su cui stiamo diventa troppo stretta, parla di quella peculiarità tutta umana di cercare amore nel mondo, per tentare così di capire meglio se stessi: disadattarsi, quando tutto è compromesso, è forse il male minore.

In un viaggio sentimentale e della rimembranza, due generazioni agli antipodi seguono le tracce della violenza e dell’amore in cerca di un nuovo inizio, incrociandosi e scontrandosi, risorgendo nell’altro sotto forma di domanda e di ricerca.

Noi siamo perché desideriamo, malgrado i nostri umori talvolta imperscrutabili e le nostre insensatezze, anche se nel far ciò scivolano via altri pezzi di vita.

Un romanzo meraviglioso, umbratile e vitale al contempo, nel quale Pecere sembra dirci che non c’è incontro o ricongiungimento possibile se non si rinuncia a una parte di sé, se non si accetta di ritrovarsi non nell’ortodossia di un credo ma nella specifica singolarità delle cose.

Perché nessuna linea dritta è veramente dritta. Perché tutti i cuori non sono altro che vesciche tremanti.

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