CINEMA: 35MM – Volevo nascondermi

Torna l’appuntamento con 35MMla rubrica del Pungolo dedicata all’approfondimento cinematografico. Questa settimana vi proponiamo “Volevo nascondermi” diretto da Giorgio Diritti, protagonista Elio Germano vincitore dell’Orso d’Argento al Festival di Berlino come “migliore attore”.

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TRAMA

Toni arriva dalla Svizzera in Italia, sin dall’infanzia vive un’esistenza difficile e si ritrova ai margini della società: la sua casa è una capanna sul fiume, malmessa e soggetta alle intemperie. Una buona famiglia del paese offre lui riparo ed emerge la sua capacità di comunicare con il disegno. Antonio Ligabue non parla bene ma si esprime con l’arte, riesce a farsi capire dai bambini e trovare tenerezza negli animali.

Toni ritrae una bambina del paese

Sembra non esserci troppo spazio per uno come Toni, uno “strano”, inutile al benessere sociale e improduttivo: da spedire direttamente in manicomio. Ma la sua arte, la sua ispirazione non si fermano nemmeno lì, l’uomo dipinge, crea e si esprime continuamente.

Viene notato dai più, il suo talento è innegabile e riesce ad uscire dall’ospedale per dedicarsi alla produzione di opere. Comincerà un nuovo capitolo della sua vita, in parte di riscatto, in parte di ricerca personale con l’espressione di tutto il suo doloroso vissuto.

RECENSIONE

Silenzioso e assordate, come la figura di Antonio Ligabue (Elio Germano). Prima gobbo e dal capo chino poi la corsa urlante e l’onda emotiva che vuole uscire. Volevo nascondermi si riassume nella continua iperbole che caratterizza Toni, genio solitario ma desideroso di incrociare le vite altrui anche solo con uno sguardo.

Una struttura consapevole e pensata quella che Giorgio Dritti sceglie per il lungometraggio – biopic del grande pittore del XX secolo – caratterizzata da una scansione didascalica tesa a dimostrare le turbe della vita dell’artista.

L’inizio drammatico incornicia un’esistenza segnata per sempre e ci introduce ad una pellicola che nel primo tempo vivrà di immagini e poche parole. Gli scenari primitivi e l’estremo contatto con la natura sono la rappresentazione della vita di Ligabue antecedente al contatto con la società: un passaggio formativo allo sviluppo del suo amore ed empatia verso il genere animale.

Gli animali, i suoi soggetti preferiti

Ma la non-socialità di Toni fa fatica a sopravvivere in paese, cosa ce ne facciamo di un emarginato che continua solo a dipingere nevroticamente? Entriamo nell’ottica di una realtà fatta di ruoli, stereotipi e posizioni dove per il reietto, brutto e repellente Toni non c’è spazio. Ma questo era chiaro.

Lo studio accurato e meticoloso del personaggio rendono Elio Germano una maschera viva e reale, la caratterizzazione fisica si fonde ai gesti, ai movimenti e alla sofferenza racchiusa in ogni centimetro della figura di Antonio Ligabue. C’è la sofferenza, la malattia mentale fuorviata dal brutto carattere e l’impossibilità della società nell’accettare altre forme di comunicazione.

Veniamo travolti dagli eventi della vita del pittore che muta, si evolve ma, ogni tanto, perdiamo di vista il focus. La nostra unica certezza è l’essenza di Germano sempre presente, straziante, autentico.

Un’estrema prova interpretativa che butta fuori un lavoro logorante per un personaggio spigoloso ma fragile, l’immagine su cui si concentra l’attore sembra proprio descrivere tutto ciò.

GIUDIZIO FINALE

Volevo nascondermi poggia tutto sulla forza del suo protagonista. L’anima di Antonio Ligabue viene esplicitata e le viene resa giustizia da un’interpretazione che non dimentica nulla, sottolineando la grandezza di Germano come un artista che oltrepassa gli schemi dove si incasellano gli attori del nostro panorama cinematografico.

L’intreccio non regge il confronto con le turbe di un’interiorità tormentata così perdiamo di vista gli elementi circostanti. Non capiamo realmente da che parte sia indirizzata la carriera del pittore, ci sfuggono di mano gli sviluppi del suo successo.

Antonio Ligabue a Roma

L’unico cosciente e presente a se stesso sembra essere sempre e solo Toni, fedele alle sue tele e ai colori. La performance di Elio Germano si autoalimenta senza bisogno di altri orpelli o di scenari stravaganti, è il racconto di una complessità che brilla di luce propria, continuamente attuale e attualizzabile in qualsiasi epoca ci si trovi. Dopo tutto, il “diverso” ha da sempre provocato questo effetto.

VOTO FINALE: 7,5/10

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