CINEMA: 35MM – Padri e Figlie

Torna 35 mm la rubrica di approfondimento cinematografico de Il Pungolo. Ogni sabato a cadenza quindicinale proponiamo la recensione di alcuni dei film attualmente in programmazione nelle sale cinematografiche della nostra città. Per il 39° numero della rubrica vi presentiamo “Padri e figlie” la nuova pellicola del regista italiano Gabriele Muccino.

autoricambi palmarola

Dopo tre anni dall’uscita del suo ultimo lavoro “Quello che so sull’amore” del 2012, torna sul grande schermo.

TRAMA

Jake Davis (Russel Crowe) è uno scrittore di successo , dopo un incidente in cui perde la vita la moglie, cambierà drasticamente la sua vita. Il triste evento costringe Jake a dover crescere la piccola Katie (Kylei Rogers) da solo. Le difficoltà non finiscono, l’uomo deve affidare per un periodo di tempo la sua piccola alle cure degli zii materni (Diane Kruger e Bruce Greenwood).  Purtroppo il tragico incidente ha provocato a Jake dei gravi problemi ed è costretto a  farsi aiutare, ricoverandosi per qualche mese presso un ospedale psichiatrico.

Con un salto temporale di 25 anni piombiamo nella vita di Katie (Amanda Seyfried) , una giovane donna che è diventata una psicologa. Katie lavora sodo per aiutare gli altri, tuttavia ha delle profonde problematiche relazionali che la portano a non legarsi a nessuno.

Jake e Katie
Jake e Katie

RECENSIONE

Gabriele Muccino, anche questa volta, torna con la sua pellicola solo in qualità di regista. La sceneggiatura è Brad Desch.

Ormai il regista romano naturalizzato negli Stati Uniti lavora con produzioni americane, collabora però con due italiani dal cognome importante, i figli di Sergio Leone.

Probabilmente siamo spinti a confermare che Gabriele Muccino sia un regista che ha subito una certa crescita e maturazione. E’ cambiato il modo di raccontare. La narrazione è quella di un melodramma tipicamente americano. Tuttavia non mancano, fortunatamente, gli elementi che identificano il Muccino nostrano. Tra questi segnaliamo la corsa affannata di Katie, che culmina di fronte ad una porta di casa oppure  i monologhi esasperati quasi urlati e la difficoltà di condividere i sentimenti.

Le scene dell’infanzia di Katie, come impostazione e modalità di  racconto sono ricollegabili alla maturazione e al cambiamento del regista, ampiamente manifestata con la pellicola del 2006 “Alla ricerca della felicità“. Quando la storia ci mostra cosa accade 25 anni dopo, troviamo quegli aspetti inconfondibili, sopracitati, che confermano l’essenza del regista.

E’ buona l’escamotage dei continui flash back, rimandi e confronti tra presente e passato.

Tuttavia il rischio che si corre non è basso.

Sono tanti i sentimenti che caratterizzano il film e ogni personaggio ha una propria identità ed un disagio esistenziale ben definito.

Le premesse sono buone come il salto temporale.

Katie, adulta, nel suo lavoro di psicologa
Katie, adulta, nel suo lavoro di psicologa

 

La problematica fondamentale ed  il gap principale della pellicola è il seguente. Ci troviamo di fronte ad una stroria tragica che coinvolge un padre ed una figlia, la quale nonostante tutto appare serena grazie all’infinito amore del padre. Dopo 25 anni incontriamo una Katie con delle problematiche non indifferenti. La porzione di vita adolescenziale è stata completamente omessa e non si capiscono gli effettivi episodi che hanno caratterizzato la Katie Davis di oggi. In modo particolare il personaggio interpretato da Amanda Seyfried (Katie Davis), al termine della pellicola, sembra che ancora abbia da dire. Sarebbe stato più corretto sviluppare i reali disagi di questa giovane donna non solo tramite una storia d’amore, peraltro cominciata in modo alquanto banale.  La giovane attrice tiene bene la scena. E’ giusta per il ruolo di Katie e per i primi piani mucciniani, inconfondibili.

Il personaggio che dona più soddisfazioni è il magistrale Russel Crowe  (Jake Davis). Un’interpretazione da brividi, che più volte commuove e fornisce al film quegli attimi di profondità che rappresentano tutto. Il personaggio dell’attore americano e premio Oscar è caratterizzato da un forte disagio psicologico e fisico, lo spettatore si affeziona a Jake e si prova profonda stima per un uomo simile.

Il tutto è sullo sfondo di una New York degli anni 80 e di oggi. Ancora una volta Muccino immerso nel sogno americano, banalizza questo suo salto oltreoceano con un sfondo più che scontato.

Jake intento a scrivere il suo libro
Jake intento a scrivere il suo libro

GIUDIZIO FINALE 

Gabriele Muccino prova a portare in scena una storia melodrammatica ma non troppo, tanto che per bloccare questa esplosione di sentimenti sembra aver omesso qualcosa. Tenta di non omologarsi al cinema di casa nostra ma, nello stesso tempo, cade nei clichè americani. Non è un totale flop perchè la storia è presente come il cast che è carico di nomi importanti.

In sala lo spettatore ha la possibilità di commuoversi, identificarsi nella storia, oppure trovarsi in alcuni momenti disorientato dai troppi sentimenti spesso trattati sommariamente.

VOTO FINALE: 6/10

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