URBANISTICA: Che fine faranno le A.C.R.U., ultima speranza della periferia?

ACRU

Uno dei pochi cassetti economici della periferia, quello delle Associazioni Consortili di Recupero Urbano (A.C.R.U.), sta per tornare nelle mani del Comune o dei Municipi.

Questo è quanto è emerso dalla riunione svoltasi presso il Dipartimento P.A.U. in Via del Turismo lo scorso 20 Novembre. La questione, oltre che molto tecnica, è anche molto complicata, ma proviamo a spiegarla nella maniera più semplice possibile.

COSA SONO LE ACRU

Partiamo dal principio, ovvero cos’è un’Associazione Consortile di Recupero Urbano (A.C.R.U.). Un’ACRU è un’associazione territoriale che gestisce gli oneri di urbanizzazione, per conto del Comune di Roma, con il fine di realizzare, a scomputo di detti oneri, delle opere pubbliche (fogne, impianti di depurazione, strade, illuminazione e verde pubblico) nel territorio dove quegli stessi oneri sono stati raccolti. Le opere a scomputo furono introdotte nel 1994, a seguito della Legge 724/1994 che riguardava il secondo condono edilizio e, attraverso la Delibera di Consiglio Comunale n. 107/95, che definì le procedure per la realizzazione di opere pubbliche e le modalità di pagamento degli oneri di urbanizzazione, vennero create le A.C.R.U.

Se oggi molti di noi hanno le fogne, l’acqua potabile, l’illuminazione o una strada realizzata con i giusti criteri, è probabile che debba ringraziare proprio un’ACRU del suo territorio.

LA DIFFERENZA FRA ACRU E CONSORZIO

Si chiamano Associazioni Consortili ma non hanno nulla a che vedere con i Consorzi privati. Un Consorzio è un’associazione privata creata in una porzione ben definita di territorio, che gestisce le quote associative annuali dei proprietari dei lotti o delle abitazioni, inserite in quel perimetro specifico, con l’obiettivo di realizzare o di manutere le opere previste in quell’area.

Una sorta di Supercondominio per usare un termine moderno. Un’ACRU gestisce invece delle quote che erano destinate al Comune di Roma, quindi nella sostanza soldi pubblici, che non vengono versati annualmente sulla base di un calcolo millesimale riferito all’area di intervento, ma vengono versati una tantum.

Per questo non ha senso che, a differenza di quanto previsto per i Consorzi privati, l’ACRU faccia delle Assemblee dove i voti e le decisioni vengono prese sulla base di calcoli millesimali, perché semplicemente i millesimi per le ACRU non esistono. E per la gestione dei fondi, almeno fino ad oggi, qualsiasi spesa, anche la più piccola, è autorizzata dal Dipartimento PAU, mentre ogni ingresso di denaro viene garantito da una fidejussione bancaria.

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COME OPERANO

Fino all’entrata in vigore del nuovo codice degli appalti (D. Lgs. 18 aprile 2016 n. 50), i lavori delle ACRU sono stati regolati dalla Delibera 107/1995 ed in seguito dalla Delibera 53/2009.

La complessità tecnico amministrativa dell’applicazione delle delibere, ha fatto sì che le ACRU si consociassero e si affidassero alla professionalità specifica di associazioni più grandi, come AIC Recupero o CPR (Consorzio Periferie Romane), che ancora oggi ne racchiudono la maggior parte.

Per quanto riguarda invece le opere da realizzare, la scelta era demandata alla conoscenza essenziale del territorio da parte del Presidente dell’ACRU e le opere riguardavano principalmente i servizi primari, quali fogne, acqua, luce e strade.

Per ogni opera realizzata sul territorio era necessario stipulare una convenzione tra il Presidente dell’ACRU e la Pubblica Amministrazione, dove venivano fissate cifre, tempi e regole da rispettare per l’esecuzione effettiva delle opere, sino al collaudo ed alla riconsegna alla stessa pubblica amministrazione.

LA RICONSEGNA

E proprio dalla riconsegna alla Pubblica Amministrazione nasce il primo problema, perché nonostante realizzate e collaudate, sono innumerevoli le opere ancora in carico alle ACRU, a volte anche a dieci anni di distanza dalla loro realizzazione. Senza riconsegna il cerchio non si chiude, la manutenzione dell’opera realizzata resta in carico all’ACRU, così come i costi della fidejussione necessaria a realizzarla.

Inoltre, data la distanza temporale dal progetto originale, è probabile che le norme tecniche per la presa in carico da parte della Pubblica Amministrazione siano cambiate e che quindi serva un cospicuo investimento per rendere l’opera nuovamente conforme.

Così abbiamo fogne realizzate ma mai attivate, impianti di illuminazione realizzati ma mai accesi, parchi realizzati ma ancora chiusi. E dall’entrata in vigore del nuovo codice degli appalti abbiamo anche soldi pronti per realizzare le opere che però non si possono impiegare.

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La tabella delle opere realizzate e da concludere delle ACRU del territorio

CHE FINE FARANNO LE ACRU ED I LORO FONDI?

Abbiamo partecipato all’incontro organizzato dall’Assessorato all’Urbanistica del Comune di Roma lo scorso 20 Novembre presso la sede del Dipartimento PAU, insieme ad altre 80 persone, quasi tutti presidenti di ACRU, per capire che fine avrebbero fatto le Associazioni Consortili.

A parte declinare tutte le responsabilità al nuovo codice degli appalti (che tra l’altro sembra stia per essere sostanzialmente modificato dal Governo), si è deciso che le ACRU, per continuare ad operare, dovranno diventare delle vere e proprie società con scopo di lucro.

E sulla base di questa sostanziale riforma, abbiamo quindi chiesto all’Assessore:

1. Che fine faranno i soldi attualmente presenti nelle casse delle ACRU, nel caso in cui si decida di trasformare l’ACRU in una società di capitali?

2. Che fine faranno le opere consegnate al Comune di Roma, ma non ancora prese in carico da quest’ultimo, nel caso di chiusura dell’ACRU?

In risposta alla prima domanda, l’Assessore ci dice che «le ACRU resteranno dei soggetti riconosciuti e continueranno ad operare anche incassando oneri di urbanizzazione, come hanno fatto fino ad oggi».

Da questo potremmo dedurre che anche le somme già incassate, in caso di trasformazione in società di capitali, resterebbero comunque a disposizione dell’ACRU.

Nel caso invece in cui il Presidente dell’ACRU decidesse di restituire tutti i fondi al Comune, l’Assessore ed i suoi collaboratori hanno parlato di un fondo territoriale vincolato, intendendo con territoriale tutto il territorio del Municipio dell’ACRU. E qui nasce il secondo problema, perché nessuno potrebbe garantire che si dia la priorità per l’utilizzo dei fondi alle opere mancanti nei territori della periferia oltre il G.R.A. in costante svantaggio infrastrutturale rispetto alla città consolidata, facendo così venir meno anche il motivo per cui le stesse ACRU furono create.

Ma forse una reale risposta a questa domanda ce la potrà dare la bozza di delibera di revisione della 53/2009, quando sarà effettivamente pronta. Per la seconda domanda invece, l’Assessore si volta verso un suo collaboratore, che prende la parola farfugliando qualcosa relativo ad opere realizzate sotto una convenzione pregressa rispetto a quella in divenire, ma la risposta convince poco la platea. L’Assessore quindi interviene nuovamente per comunicare che su questo tema risponderà in futuro ed in maniera più dettagliata.

Ma la questione non è di poco conto. Perché se mancano dei requisiti tecnici per il passaggio al Comune di Roma delle opere realizzate dall’ACRU, e l’ACRU che l’ha realizzata chiude, a chi farà capo la manutenzione ed il ripristino dell’opera per la consegna?

IN CONCLUSIONE

La ricollocazione delle ACRU a seguito dell’introduzione del nuovo codice degli appalti, è senza dubbio una materia complicata, ma visto il ritardo nella modifica della delibera 53/2009 (il nuovo codice degli appalti è dell’aprile 2016, quasi tre anni fa) e vista l’intenzione del Governo di rimetterci mano, sarebbe opportuno prendersi il giusto tempo per capire, piuttosto che affrettarsi a trovare una soluzione complicata e dalla difficile applicabilità, che ad oggi potrebbe condurre ad un unico risultato: veder scomparire una delle poche esperienze positive che hanno riguardato gli investimenti pubblici in periferia.

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