Internet: Paladina della Libertà

Siamo giunti ancora una volta nel periodo dell’anno in cui maggiori sono le vendite di prodotti tecnologici. E’ di questi giorni la notizia che, nonostante tutto, sembra che gli italiani, in buona compagnia con molti altri popoli che ancora se lo possono permettere, metteranno mano al portafogli per l’ennesima valanga di acquisti di gadget tecnologici. In verità, salvo le peripezie di Sony con la sua nuova consolle multimediale, non sembra ci siano significative novità. Ma tant’è che, nonostante tutto, questo settore di mercato sembra ancora in discreta salute, al contrario di altri generi di acquisto quali, ad esempio, quelli legati all’abbigliamento, ormai irrimediabilmente rimandati ai saldi. Nel tentativo di analisi circa la natura degli acquirenti di dispositivi tecnologici, più che di un pubblico maturo, sembra si tratti ancora per la maggior parte, di avventori curiosi, per la soddisfazione dei bisogni più dei figli, che propri. Capita così che si compiano scelte non del tutto ragionate, ma più che altro dettate da fattori estetici o di moda del momento. Chi si avvicina ai prodotti Apple, dato il prezzo non proprio abbordabile, dovrebbe farlo per la possibilità di interconnessione e quindi interattività tra i prodotti di questo prestigioso marchio. Capita invece di imbattersi in possessori di iPhone che poco o nulla sanno delle grandi potenzialità insite nel dispositivo che spesso viene relegato, oltre che alla funzione primaria di telefono, a semplice esecutore di app e giochini, ignorando che apparati ben più economici permettono di eseguire egregiamente queste semplici funzioni, anche con un’ottima reattività, a prezzi più ragionevoli.

Al di sopra dei marchi e di quelle che sembrano divenute delle vere e proprie griffe della consumer electronics, si pone imperante un  altro mondo, decisamente più trasversale e sicuramente meno soggetto a mode e tendenze: quello delle major del “data handling “ che rappresenta un obiettivo ben più interessante rispetto al mondo hardware. E’ qui che si combatte una battaglia impari tra piccole imprese di software che sperano di ritagliarsi una piccola fetta di mercato e ciclopici colossi il cui obiettivo è il controllo non solo della fornitura di servizi, ma cosa del tutto più interessante, dei dati personali, delle abitudini, delle fotografie, degli spostamenti e delle comunicazioni via mail dell’utenza. Non è cosa da poco, come anche messo in risalto dai giornali di tutto il mondo negli ultimi tempi. Quando acquistiamo uno smart-Phone o un nuovo tablet, siamo subito invitati a registrarci, se mai già non lo fossimo, a tutta una serie di servizi “necessari” al funzionamento del nostro nuovo gingillo. In verità non ci si inquieta più di tanto per questa usuale pratica, per il semplice fatto che si tratta di servizi totalmente gratuiti e quindi accessibili a chiunque, di fatto anche ai minori. Non accettare i termini del servizio offerto implica necessariamente la decadenza del nostro nominativo. Siamo semplicemente espulsi: o si accettano i termini o niente. Se non intendiamo iscriverci a questo account o a quel dato servizio di cloud, avremo tra le mani un dispositivo “azzoppato”. Alzi la mano chi è disponibile a ciò, in cambio poi di poche semplici informazioni. Si entra nel circuito generalmente in punta di piedi e si finisce per narrare la propria esistenza.

Sarà lecito che l’utente si chieda a questo punto, cosa ci guadagnano questi providers a “regalarci” cotanta abbondanza di funzionalità, a dire il vero spesso molto utili e complete? I cardini della questione sono, spogliati di ulteriori particolari, almeno due: il collocamento di messaggi pubblicitari che il “sistema” è in grado di mirare secondo gli interessi raccolti dalle abitudini di navigazione di ciascuno di noi  e la supremazia sulle piccole sofware-house. Nel primo caso ovviamente gli acquirenti degli spazi pubblicitari sanno che, a fronte di un canone versato al provider, avranno la possibilità di raggiungere gli utenti realmente interessati alla propria attività di mercato. Il secondo aspetto della questione, punta invece il proprio obiettivo sull’egemonia, ovvero sul fatto che possedere l’intero mercato a suon di gratuità serve ad imporre le proprie potenzialità, non ultime quelle che vedono i titoli di borsa, specie nei mercati americani, volare in alto ogni qual volta una major lanci un proprio prodotto gratuito in rete. E le piccole software-house, soventemente portatrici di ottime idee, soccombono sotto il peso di una gratuità che non possono dare, a causa dei propri mezzi limitati.

Dunque, in buona sostanza, i soldi ci sono eccome, ma non si vedono, non subito almeno. Prima di intuire come taluni motori di ricerca ed altri social-network, abbiano reso milionari i propri fondatori, sono passati anni e ciò nonostante, in pochi si avvedono del meccanismo innescato. Quanto valgono i dati di un singolo utente, non ci è dato di saperlo con esattezza, ma è sicuro che se continuamente ci viene richiesto di completare il nostro profilo con i dati mancanti (ad esempio il numero di cellulare), adducendo futili motivi relativi alla nostra sicurezza, uno scopo c’è sicuramente e non è del tutto trascurabile.

L’acquisto di un dispositivo che può navigare in rete, lega dunque a filo doppio gli utenti con gli interessi insospettati di colossi ben più potenti delle pur grandi aziende che ne ospitano, con i propri prodotti, i servizi. Rinunciarvi si può? Utopisticamente si, praticamente no. Persino il governo italiano auspica l’adozione di massa delle transizioni elettroniche del nostro denaro che non sono di fatto possibili se prima non ci si è iscritti ai famosi servizi auspicati dal nostro nuovo dispositivo che solo dopo tale irrinunciabile pratica, ci permetterà di registrarci ai servizi on-line della nostra banca che in quel caso ci darà il via libera allo screening della nostra carta di credito… e così via in un tortuoso inerpicarsi di scatole cinesi. Oltre tutto, e non sia considerato come il meno significativo degli argomenti, coloro i quali si ostinassero ad entrare nel “club” perché anziani, stanchi o semplicemente non interessati, sarebbero additati dalla comunità come “out”, ovvero obsoleti, pigri, fuori dal tempo e, per chi volesse spendere ancora il proprio denaro in contanti, anche un po’ potenziali delinquenti, insigniti del sospetto che avere denaro contante da spendere sembra portare all’inevitabile associazione con la parola “ladro”.

Internet è un luogo libero attraverso il quale esprimere le proprie opinioni, i propri pensieri, le proprie aspirazioni.

Ma siamo proprio sicuri?

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