Invecchiamento programmato per una fine certa

L’antico comò della nonna che troneggia impavido nella stanza da letto, ha attraversato, probabilmente immune da mode, tante generazioni a testimonianza del lavoro di amorevoli mani artigiane che lo hanno creato con la sicura idea di farlo al suo meglio e possibilmente perché durasse nel tempo.

Di certo, una promessa mantenuta, se ancora lo si può ammirare e goderne i “servigi”.

Purtroppo alla sana coscienza dell’artigiano del tempo, si è sostituita, in un crescendo incontrollato di malizia, la malafede dei costruttori di mobili, ma non solo di questi. Non c’è rischio di essere tacciati per maniaci complottisti, basta attenersi ai fatti ed avere forse un po’ di memoria storica per ricordare quale e quanta qualità avessero i prodotti industriali dell’immediato passato. Nella prima fase del mercato industrializzato per la produzione seriale, troneggiava ancora l’idea di vendere ai clienti un prodotto duraturo, che valesse insomma la pena di essere acquistato poiché avrebbe reso per il suo scopo, il più a lungo possibile. La metamorfosi di quest’idea, ha assunto, nel breve lasso di pochi decenni dei connotati ben più inquietanti. L’idea liberista, un po’ miope, secondo cui il libero scambio di merci possa aumentare la sua curva di crescita all’infinito, ha portato, anche nel settore tecnologico, la convinzione che tanto meno siano durevoli gli oggetti che si acquistano, tanti più se ne venderanno, incrementando anche una certa tipologia di indotto che vede le banche protagoniste di prestiti stipulati dai compratori che, pur di accaparrarsi l’inevitabile acquisto, presentano fiduciosi le proprie credenziali ai generosi presta soldi di turno. Così, le case produttrici, fiutato l’affare, hanno cominciato a “progettare” apparati con qualche distrazione di troppo. Un esempio? Le TV quando si guastano, lo fanno quasi sempre a danno del sistema di alimentazione. I condensatori, sensibili al forte calore, vengono “sistemati” casualmente in fase progettuale, vicino al trasformatore di tensione che, guarda caso, genera calore costante, ed in minima parte, anche a TV spenta poiché il primario in stand-by rimane perennemente attivo. Qualsiasi onesto riparatore può confermare questa realtà, come anche questi potrà confermarvi le sue difficoltà oggettive nel continuare il suo lavoro. Ormai la politica dei prezzi, ha di fatto reso quasi sempre poco conveniente la riparazione, inducendo l’acquisto del nuovo, in favore delle aziende che producono in aree del mondo con costi del lavoro a loro favorevoli, lasciando di fatto spiazzata una categoria di lavoratori nostrani. Un telefono, un computer è “vecchio” poiché non più aggiornabile al sistema operativo corrente, ma si è mai provato ad aggiornare un PC un po’ datato, con i sistemi operativi gratuiti sviluppati dalla liberà comunità informatica? Si vedrebbe che miracolosamente anche le vecchie carrette torneranno a sfrecciare. Ma le case sanno che questa operazione sono in pochi a conoscerla e tantomeno quelli che di fatto sanno metterla in pratica e così ne approfittano. Con l’avvento dell’elettronica questo malcostume progettuale, ha assunto dimensioni sempre crescenti. Oggetti quali lavatrici e frigoriferi, che prima erano esclusivamente elettromeccanici, hanno oggi una base elettronica ed un programma di gestione su Eprom. Va da se che è facilissimo per un programmatore, inserire un’istruzione di “stop” all’interno dei circuiti di controllo. D’altro canto è la statistica a darcene la prova: una lavatrice di fascia economica (2-300€) dura non più di tre anni, a fronte dei 5/6 per quelle di fascia superiore. Ed una stampante per computer? Generalmente il fine vita è approssimativamente fissato intorno alle diciottomila stampe. Neanche le automobili sono immuni, sembra infatti che ad un certo punto tutto si rompa “in cascata” inducendo il possessore esausto a rassegnarsi ad un nuovo acquisto. Questa necessità del ricambio ci è stata inculcata lentamente, fino a farci credere che una certa fragilità sia insita nella natura stessa degli oggetti. Errato! Si pensi ai collant da donna. Sono costituiti dalla stessa fibra di Nylon con cui sono fatti i paracadute (notoriamente indistruttibili). Tutti hanno però coscienza che il collant è molto più delicato poiché nella sua struttura di fibra sono stati volutamente inseriti elementi che lo rendono fragile. In un primo tempo le calze da donna, si lavavano per essere riusate, oggi si buttano semplicemente perché l’uso le rende inservibili.

Il risultato di queste disoneste politiche nei confronti del consumatore, si spinge ben oltre il trend degli oggetti in quanto beni. Un osservatore attento dovrà purtroppo constatare che l’aspetto produttivo delle case stesse, non è neanche questo più di primaria importanza. Sempre più il “sistema” tende a retribuire meno il valore dell’uomo, del suo lavoro, della sua dignità individuale, in favore del capitale e del reddito effimero che questo genera sul mercato virtuale dei titoli di scambio finanziario. Tuttavia la razionalizzazione estrema del sistema capitalistico “all’americana” sembra dirigersi sempre più verso il proprio suicidio, sotto gli occhi incapaci di coloro che questo sistema globale l’hanno ideato e difeso. I lavoratori europei, intesi come acquirenti delle merci prodotte altrove, sono sempre meno capaci di acquistare i luccicanti beni che il sistema produce in quantità crescente. Questa tendenza crea un evidente gap del quale pochi sono ancora coscienti. La soluzione, pur sembrando oggi irraggiungibile per via delle lezioni impartiteci sulla necessità (per chi?) del mercato globale, sarebbe quella di tornare a localizzare la produzione entro i confini europei. Indubbiamente il prezzo finale degli oggetti sarebbe più alto, ma la reindustrializzazione locale tornerebbe a garantire il lavoro e la capacità di spesa per molti potenziali lavoratori che oggi, loro malgrado, sono costretti a considerare quei beni unicamente come inarrivabile chimera.

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