MIRAGGI DI ENERGIE ALTERNATIVE

La crescente diffusione di tecnologia elettronica, insediata ormai stabilmente nella maggior parte dei dispositivi che accompagnano la vita di tutti noi, porta un progressivo aumento di fabbisogno energetico che indirettamente influisce sul fattore inquinamento da scorie produttive. Non se ne può fare a meno e cercare improbabili forme di regresso, non porta da nessuna parte. Chi mai considererebbe seriamente l’ipotesi, su larga scala, di fare a meno degli elettrodomestici più comuni o l’abrogazione di processi produttivi industriali complessi? Il problema sta nel fatto che, come in tutte le umane vicende, non sempre le soluzioni migliori vengono adottate poiché spesso lesive di interessi inespugnabili. Basti pensare all’industria petrolifera che è ancora motrice della stragrande maggioranza delle finalizzazioni di filiera. Oltre a ciò, non è trascurabile il fattore emotivo che spinge a considerare per ottimali, soluzioni che lo sono fino ad un dato limite imposto dai costi altamente speculativi e da oggettivi “danni collaterali” che pochi sono disposti a palesare: si parla dell’energia solare. Se ne fa un gran dire, in special modo per gli impianti privati dove una moltitudine di piccole ditte cercano di rifilare ad acquirenti, nella quasi totalità, ignari di nozioni tecniche, impianti per i quali il compratore raramente riesce a districarsi tra pannelli realmente ad alta efficienza energetica ed altri di… derivazione “orientale”.

Pannello fotovoltaico, emblema delle energie alternative

A conti fatti e stante l’attuale tecnologia produttiva, i pannelli perdono efficienza ben prima del periodo che garantirebbe il rientro del capitale investito. Oltre a ciò, ammesso di voler produrre unità fotovoltaiche di alta qualità, il processo produttivo di silicio di grado solare, ne comporta la raffinazione per mezzo di sostanze altamente tossiche quali acido cloridrico e tetraclorosilano. Non è neanche da sottovalutare la necessità di impiego di materiali rari quali ad esempio, l’argento e, non ultimo, lo smaltimento dei pannelli esausti i quali, sottoposti ad una sorta di vulcanizzazione in fase realizzativa, si prestano con difficoltà ad una scissione dei singoli componenti a fine vita. Anche altre parti dell’impianto, in primis gli inverter, sono soggette a fattori di efficienza che di fatto sono molto variabili. Inoltre la rete elettrica nazionale, per come è costituita allo stato attuale, non permette bacini di stoccaggio dell’energia prodotta in eccesso portando a inutili dispersioni per una fonte di approvvigionamento che, per fattori atmosferici, non è programmabile con costanza.

Va da se che la tecnologia fotovoltaica non potrà mai rappresentare una fonte energetica primaria, ma sempre di appoggio. La problematica per la ricerca di fonti alternative all’uso del petrolio, è costantemente oggetto di disputa sia per la scelta della tecnologia più idonea, che per l’uso improprio che si fa di finanziamenti pubblici, ma sopra ogni cosa, primeggia il costume, tutto italiano, di bruciare negli impianti destinati alle biomasse, combustibili altamente inquinanti quali plastiche di ogni genere e perfino copertoni automobilistici. Questa prassi risulta oltremodo vantaggiosa per i gestori che incassano i contributi per le energie rinnovabili, i proventi derivanti dalla vendita dell’energia elettrica prodotta e sicuramente i “contributi” per lo smaltimento di materiali “scomodi”.

Una ragionevole soluzione sembra dunque ancora fuori portata. Si è giustamente rinunciato al nucleare, anche se l’Italia acquista energia elettrica dalla Francia e dalla Svizzera che producono con quel sistema, e dunque non tutelano la scelta referendaria italiana nè dal punto di vista etico, nè tantomeno da quello puramente pratico, che vedrebbe l’Italia pesantemente coinvolta, in caso di incidente nucleare, poiché le centrali di quei paesi sono spesso vicine ai nostri confini territoriali. Non è opportuno approfondire oltre poiché il terreno di disputa è ampio almeno quanto le opinioni dei singoli. Vale invece la pena ricordare, per una sana economia del privato consumatore, in quale terreno accidentato questi è chiamato ad orientarsi nella speranza (vana!) se non di un proprio profitto, almeno di un risparmio.

                                                                                                                                                                                       Purtroppo la politica del libero mercato ha illuso i consumatori nella speranza di tariffe concorrenziali tra la moltitudine delle neonate compagnie elettriche, rivelandosi come chimera pressoché inesistente. Di fatto i grandi nomi, propongono i propri servizi sia istituzionali che di libero mercato usando lo stesso logotipo grafico nonché un esercito di venditori che non hanno spesso troppi scrupoli verso chi distrattamente li ascolta, ed esausto, firma contratti che non portano effettivi vantaggi. Sulla stessa linea, ci si sente “migliori” acquistando un impianto fotovoltaico, nell’illusione di fare qualcosa di buono per l’ambiente ma forse non proprio molto, per le proprie tasche. L’arte di arrangiarsi, tipica degli italiani, non aiuta in questo caso in cui, più che protagonisti, ci si ritrova vittime di un sistema distributivo nazionale cronicamente inadeguato che non lascia nessuno spazio ragionevole ad iniziative convenienti di micro produzione locale. Prematuro, dunque, coltivare concrete certezze sulle fonti energetiche alternative, d’obbligo invece continuare concretamente la ricerca scientifica per affinare quanto di meglio possa effettivamente ridurre l’inquinamento che, al contrario di ogni altra tecnologia, avanza senza limiti.

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