SPOSTAMENTI ECOSOSTENIBILI

L’altra faccia del sistema di mobilità individuale, vorremmo tutti che esistesse. Vorremmo capire bene cosa ha cambiato, in poco più di cento anni, l’umana necessità  di recarsi in posti oggettivamente distanti dal proprio ambito. D’accordo, la possibilità di apparire anacronistico e fuori dalla realtà è un rischio che vale la pena di assumersi in favore di un punto di vista non allineato al comune pensiero corrente. In principio era necessità, umano bisogno, far portare ad un mezzo meccanico quel che costava fatiche agli uomini ed al bestiame. Spostare il frutto del proprio impegno lavorativo, quel tanto che bastasse al ricovero e successiva distribuzione, più che un vezzo rappresentava una possibilità. Ma le storie si ripetono con l’immancabile ritmica che scandisce da sempre i cicli storici fatti di tortuose ascese che lasciano il passo ad immancabili declini. La storia della mobilità lascia sul campo gli inevitabili vinti che in questo caso ne sono gli stessi creatori e fautori. Il ciclo è ancor ora in fase ascendente.

L’aumento dei mezzi di locomozione interessa parti del mondo sino a pochi anni orsono, prive di quella che oggi viene definita come necessità degli spostamenti. L’opportunità di indossare manufatti orientali a prezzi che in principio erano concorrenziali, ma che oggi sono la norma si è rivelata come un fuoco fatuo, per cui, dopo aver definitivamente archiviato la possibilità di fabbricare in loco lo stesso articolo, ci si è rassegnati all’idea che “così va il mondo”.Del resto chi mai rinuncerebbe alla piacevole degustazione, nel caldo della bella Palermo, di una fresca minerale di origini dolomitiche dove pure, nelle verdi valli nordiche, mai immaginerebbero di dover fare a meno delle arance siciliane. Di fatto ciò che ne risulta è un frenetico, quanto mai inutile, spostamento di “oggetti”, con l’aggravio di inadeguate infrastrutture (in Italia, autostradali) ma sopra ogni altra cosa, con l’esponenziale crescita dell’inquinamento e non solo atmosferico. Se si pensasse per un momento di fermare il flusso di tali vorticosi scambi, forse qualcuno, oggi ubriaco di disoccupata libertà, potrebbe riscoprire che l’Italia è da sempre stata uno dei primi fabbricanti mondiali di calzature, magari pensando anche a voler produrre nuovamente in proprio e vicino casa, ciò che necessita ad una sussistenza che sicuramente sarebbe più serena se non altro per il fatto che gli articoli costerebbero certamente un po’ di più, portando però in dote la possibilità di essere finalmente acquistati da chi, lavorando, dispone, oltre che di propria dignità, anche del denaro necessario.

Sarà bene aver chiaro in mente che lo sviluppo tecnologico non può rappresentare, come è di fatto allo stato attuale, un fenomeno portante e quindi fine a se stesso. Lo spostamento localizzato in alcune aree del pianeta dei cicli produttivi, comporta inevitabilmente un’effimera ottimizzazione dei prezzi laddove l’accattivante evoluzione tecnologica incontra una crescente penuria di risorse economiche che ne garantiscano la vendibilità. La bella Europa dispone dunque di opportunità di acquisto, sempre meno fruibili per un progressivo impoverimento di fatto sotto gli occhi di tutti. In prospettiva anche l‘attuale strapotere della Cina è destinato al raggiungimento di un punto di saturazione dato dall’arric- chimento generalizzato e dalla progressiva presa di coscienza dell’insostenibile condizione lavorativa attuale. Progressivamente le produzioni a basso costo dovranno spostarsi in direzioni ancora “vergini” come ad esempio potrebbe essere l’Africa centrale. Probabilmente non vi è ancora sufficiente maturità nel fare propria la convinzione che lo sviluppo tecnologico è a vantaggio della comunità unicamente se reso fruibile da una condizione sociale sostenibile. In difetto, la sperequazione di offerta crescente a fronte di una domanda in caduta libera, faranno da scenario ad una malcelata povertà.

Condividi