CONNETTIVITA’ ITALIA: TRA SOGNO E REALTA’

Nel recente pacchetto semplificazioni in discussione in questi giorni alla camera, il Governo intende, con altisonanti proclami, implementare l’uso della “banda larga” per comunicare obbligatoriamente con le Istituzioni, anche per l’ottenimento in tempo reale di certificati, cartelle mediche e quant’altro possa suggerire la fervida fantasia degli ideologi, che tanto bene fanno per il nostro vivere sociale. Peccato però che, con crescente distacco dalla realtà, nessuno di costoro, che evidentemente hanno un confortevole studio in centro città, rammenta il reale stato di degrado in cui versa il sistema di connessione ADSL in Italia, di cui fruiscono i singoli cittadini.

Vale la pena precisare, semmai per chi vive nella realtà ce ne fosse bisogno, che la connessione ad internet asimmetrica digitale, esiste in Italia dal 2000. Quali progressi abbia fatto la distribuzione sul territorio del servizio, è sotto gli occhi di molti, ovvero di quanti non sono rientrati nei canoni di profitto stimato di Telecom Italia. Infatti, a differenza di quel che sogna il Legislatore, che evidentemente non è consapevole del territorio in cui opera, una buona parte della popolazione che risiede in aree a minore densità abitativa, non è raggiunta da alcun servizio di connessione a banda larga, fatta eccezione per quello traballante delle chiavette (modem 3G) che sfrutta i ponti radio per la telefonia cellulare o di altri gestori locali che organizzano in proprio ponti radio con antenne riceventi autonome.

Telecom Italia, principessa solitaria in ambito europeo, detiene ancora il possesso esclusivo dell’ultimo miglio, ovvero di quella tratta in filo di rame che unisce ogni singolo utente alla centrale telefonica più vicina alla propria abitazione. Ovviamente tale arcaico protezionismo (concesso dallo stesso Legislatore che sogna il progresso), non genera una reale concorrenza tra i vari gestori che sono pur sempre costretti a noleggiare il doppino da Telecom per rivenderlo al proprio cliente, con vantaggi economici per quest’ultimo, tutti da dimostrare.

 

La distribuzione tardiva rispetto al resto d’Europa, dell’ADSL, ha poi generato quello che può definirsi allo stato attuale, un servizio acerbo e disomogeneo che, tra l’altro, è ben lontano dagli standard delle compagnie d’oltralpe le quali garantiscono, come contratto di velocità minima in download, 16 Mb/s. contro i 7 Mb/s di base forniti in Italia (laddove il servizio sia disponibile). In tal senso, è risibile l’offerta di Telecom che, con l’esborso di ulteriori 4€ in più al mese, eleverebbe la velocità in download sino a 10 Mb/s con l’illusione, per i meno smaliziati, di chissà quale progresso tecnologico… Ancor più grave, l’aspetto sociale della vicenda italiana che non considera internet come necessità irrinunciabile nella società odierna, ma lega unicamente il servizio al mero profitto.

Tecnicamente, infatti, l’utente finale non può essere più distante di circa 1500 metri dalla centrale telefonica che per la sua installazione ha per Telecom dei costi abbastanza alti e quindi non sempre rispondenti alle proprie logiche di mercato, laddove vi fossero pochi utenti collegati alla centrale stessa. Internet, così come avviene negli altri paesi tecnologicamente maturi, è da equipararsi al servizio postale che deve per sua natura essere garantito ovunque e comunque.

L’applicazione delle tecnologie informatiche alla vita quotidiana, solo negli ultimi tempi in Italia si esplicita in qualche applicazione reale. Bill Gates (co-fondatore della Microsoft), già nel 1968 ideò un programma di gestione dei flussi autostradali che monitorava alcuni tratti di rete viaria sfruttando una rete telematica, che seppur meno evoluta rispetto alle attuali, era per il tempo un trend che a malapena il nostro bel paese si avvia a raggiungere solo in questi anni.

A tergo dei fatti, è da supporsi, restino i detriti di provvedimenti quantomeno ambiziosi negli intenti. E’ infatti facile prevedere che a far le spese di idee prive di fondamenta tecnologiche, saranno, come al solito, i cittadini più sfortunati tra cui sicuramente le fasce deboli costituite da chi, per età o mancanza di mezzi, non ha accesso alla rete.

Con una prassi tutta italiana, spunterà l’aiuto benevolo di amici e parenti o magari di qualche traffichino pronto a spillar denaro, come già accaduto con l’introduzione dei decoder per la tv digitale terrestre.

La tecnologia, laddove non rappresenti un’applicazione ludica, deve portare l’utilizzatore, a traguardi utili.

Diversamente, è espressione di una sovrastruttura che grava come un orpello, più che come effettiva soluzione. Purtroppo molte sono le operazioni di facciata che nascondono sovente, oltre lo scopo palese, anche profitti per società che saranno chiamate a gestire il profilo dei servizi. Basti pensare allo scempio compiuto con la stampa delle innumerevoli “social card” che tanta modernità hanno voluto rappresentare a fronte di un sistema molto più semplice quale sarebbe potuta essere la rimessa diretta.

A suo tempo si pensò di consegnare “l’ oggetto” colorato e attraente senza alcun protocollo procedurale per la sua gestione ottimale. In molti ricorderanno le disfunzioni che hanno visto spesso le carte non ricaricate e quindi prive di credito per gli ignari utenti. Quando però si tenta di estendere un “servizio” a procedure di più ampio respiro, quali quelle anagrafiche, di pari passo sarebbe da auspicare crescente prudenza, se non altro in considerazione del numero dei soggetti coinvolti e dell’irreversibilità dettata dall’impossibile ammissione di errore da parte del Legislatore.  Fino a quando, lecitamente ci si chiede, sarà possibile legiferare a scapito della comunità, ignorando, o meglio, fingendo di ignorare il reale stato delle cose? Una risposta in effetti è insita nella natura bonaria di chi troppo spesso si lascia abbagliare da abili giochi di specchi.

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